Marco Pastonesi racconta della bicicletta come di una compagna fidata che ascolta e accompagna la fantasia fin dalle prime pedalate di un bambino che si esaltava per le avventure del “Diavolo Rosso” . Ogni storia di sport ha una premessa importante, qualcosa che va oltre al risultato finale ma che lo determina, perché spiega come siamo arrivati a vivere quelle emozioni. Se idealmente lo sport è una bella metafora della vita, riflettere sulla regola rugbistica del “passaggio all’indietro” è un modo interessante per capire come i risultati più belli si debbano sempre ottenere con fatica, abnegazione, rispetto dei limiti che ci sono imposti e soprattutto con l’appoggio di chi corre e lotta insieme a noi. Un aiuto al quale noi per primi non possiamo venir meno. Negli atleti ognuno di noi rivede la versione “perfetta” di sé stesso, il coronamento delle proprie aspirazioni: nelle parole di chi gli atleti gli racconta c’è il nostro legame tra realtà e fantasia.
In esclusiva per Sport Fiorentina, Marco Pastonesi, firma storica per La Gazzetta dello Sport, giornalista e scrittore di “storie straordinarie” di “uomini comuni”

 

  • Un amore quello per il ciclismo che traspare in ogni Suo articolo, in ogni suo commento. Una delicatezza che fa capire che non sono soltanto passione e conoscenza a legarLa a questo sport… mi domandavo quindi dove nascesse questo legame…

Inizia con la prima bicicletta, ereditata da mio fratello maggiore. Una Gerbi di color rosso, un nome che ovviamente da piccolo non mi diceva un gran che… Le lascio immaginare l’orgoglio che ho provato quando ho scoperto il riferimento a Giovanni Gerbi, il “Diavolo Rosso”.
Ho poi coltivato alla televisione questa mia grande passione, in quei pomeriggi infiniti passati a guardare il Giro d’Italia: la mia parte preferita era il “Processo alla Tappa” un programma di approfondimento condotto da Sergio Zavoli, dove si intervistavano i ciclisti e gli addetti ai lavori nel post corsa.
La bicicletta non è soltanto legata alla mia professione ma appartiene alla mia vita quotidiana anche quando sono lontano dal lavoro: è una compagna fedele, silenziosa, un’ottima ascoltatrice. Fa sognare e lascia sfogare: si crea un rapporto con le due ruote, ho fede nel suo “potere”.

 

  • Sulle pagine de La Gazzetta dello Sport sono tantissimi i chilometri sulle due ruote raccontati. Se potesse scegliere un’esperienza da rivivere quale sarebbe?

Se proprio potessi scegliere di rivivere un’esperienza professionale è quella che ho vissuto nel 2006 quando ero inviato nel Giro del Burkina Faso, un Paese fantastico che mi ha aperto nuovi orizzonti, che mi ha permesso di conoscere l’Africa sotto nuovi punti di vista. Una corsa avventurosa, ogni giorno era una nuova emozione. Un Paese che ha vissuto drammi imponenti e che attraverso lo sport provava a riconquistare allegria e gioia: emozioni che lo sport riesce a diffondere con grande potenza. Questo mi ha spinto ad accettare con grande entusiasmo il lavoro da inviato al Tour del Ruanda, un Paese decimato dal genocidio dove si cerca di riportare felicità e sorriso.

  • Ha annunciato che non parteciperà al Giro d’Italia per tentare l’assalto al Tour. Sarà ancora la stagione del Fenomeno Froome, un corridore che ha convinto anche i più critici e che dopo l’ultima impresa è riuscito a strappare le simpatie di molti appassionati?

La definizione di Froome come fenomeno per chi come me ha assistito ai suoi esordi suona sempre molto curiosa: da giovanissimo era un ciclista che appariva come molto volenteroso ma poco dotato, un corridore che faticava ad arrivare alla fine di una tappa. A mio avviso questo è un grande insegnamento che mi ricorda come nello sport e nella vita si debba sempre prendere con prudenza le prime impressioni. Quello che ha fatto Froome nell’ultimo Giro d’Italia non poteva non conquistare il grande pubblico del ciclismo: serviva un’impresa storica per mettere appunto una rimonta disperata e lui non ha avuto paura. Il coraggio è una gran dote, un attacco a 80 km dal traguardo fa di te un coraggioso ed è giusto che gli altri lo riconoscano.

 

  • Gli italiani da cui si aspetta risposte importanti in questo 2019?

Voglio molto bene a Vincenzo Nibali, un guerriero che sulla bicicletta dà sempre tutto quello che ha. Lui ha dato moltissimo e magari adesso sembra sopraggiungere un po’ di fatica. Personalmente poi ho sempre un occhio di riguardo per tutti i neo-professionisti di questo sport così difficile. Le possibilità di emergere sono pochissime e la fatica a volte rischia di rendere questo cammino una strada ancor più in salita: auguro loro di trovare continue motivazioni per raggiungere i traguardi prefissati.

 

  • Il prossimo 22 Aprile ricorreranno i due anni dalla scomparsa di Michele Scarponi. Un atleta, ma soprattutto un uomo che Lei ha avuto modo di conoscere e di raccontare…

Ho seguito Scarponi nel suo primo Giro d’Italia quando mi occupavo del “Diario del Gregario”: all’epoca lui, così minuto ed esile era gregario di Mario Cipollini che fisicamente era totalmente il suo opposto. Esteticamente un accoppiamento inedito. Secondo me Michele non era nato per fare il ciclista ma per recitare: era un attore, un performer, una personalità incredibile. Spesso i ciclisti sono molto introversi, penso che la fatica gli sprema a tal punto di farli diventare avidi di parole: Michele no. Michele era sempre pronto alla battuta, sempre disponibile anche nei momenti più difficili della sua carriera. Abbiamo perso tanto.

 

  • Trovare nei propri articoli la via per raccontare il risvolto umano e non solo i gesti tecnici. Leggere un Suo articolo comunica una grande introspezione nelle vicende degli uomini di sport e non soltanto attenzione per la cronaca. E’ un giusto ritratto al Suo modo di fare giornalismo?

Tecnicamente c’è sempre chi è più preparato di noi come gli addetti ai lavori, allenatori, tecnici e atleti. Non possiamo entrare nel merito di ogni decisione, non siamo onniscienti. E poi la tecnica interessa fino a un certo punto. L’umanità cattura di più, le storie degli sportivi ce li fanno sentire più vicini al nostro vissuto: è bello pensare che il nostro idolo sportivo ci somigli un po’, che viva delle situazioni reali nelle quali riconoscersi. E poi, sapere come sono in famiglia, chi sono i suoi genitori, cosa gli piace fare nel tempo libero, non è semplice curiosità. La dimensione umana non racchiude cose così secondarie, direi anzi che queste componenti aiutano a capire tante sfaccettature della loro dimensione di atleti. Per le emozioni che lo sport sa regalare è impossibile credere che esso si limiti ad una prestazione.

Photo by @ Andrea Martini

  • Il Sei Nazioni è terminato con la sconfitta dell’Italia contro una delle peggiori versioni che la Francia rugbistica ha dato di sé negli anni. E’ tutto da buttare?

E’ stato un Six Nations che ha avuto un finale in linea con le aspettative: cinque selezioni più forti di noi hanno fatto valere sul campo tutte le loro qualità e l’Italia nonostante l’impegno e la buona volontà, non poteva uscirne che sconfitta. Mi sarei stupito se fosse andata diversamente… Questo comunque non avrebbe cambiato la mia “critica” verso un movimento che ha puntato soprattutto sulla formazione di vertice, trascurando un po’ quelle che sono le basi. Il rugby si regge su realtà fatte di persone straordinarie, il volontariato, l’impegno delle persone mosse dalla passione è importantissimo. Ecco, forse queste persone si sono sentite un po’ abbandonate in anni che dovevano essere cruciali per la crescita del movimento rugbistico italiano, anni dove i bambini si iscrivevano a rugby presi dall’entusiasmo di un mondo che trasmette grandi valori. Per anni alla palla ovale sono arrivati ragazzini che si erano annoiati del calcio o di altre discipline, insomma era una nicchia, una “seconda scelta”: quando la situazione è cambiata e il rugby ha accresciuto la sua popolarità, un intervento forte della Federazione sarebbe stato determinante.

 

  • Ci sono giocatori che ritiene interessanti per aprire magari un nuovo ciclo?

Non amo molto fare nomi quando si tratta di inaugurare un nuovo corso, non credo stia ai giornalisti promuovere o meno qualcuno per una carica. Però il rugby è fatto da tante brave persone, mi piace ricordare Massimo Giovanelli, un simbolo da giocatore e una personalità dal profilo altissimo e dalle idee interessanti. Per quanto riguarda i giocatori mi sento di fare una menzione particolare per Matteo Minozzi, purtroppo escluso dal Six Nations 2019 a causa di un brutto infortunio dal quale mi auguro possa recuperare al meglio per il prossimo Mondiale: è un giocatore fantasioso, estroso e con un grande istinto “ovale”

 

  • Il 2019 è anche l’anno del Mondiale. Che edizione si aspetta?

Un Mondiale dove l’Italia ha un girone difficilissimo, però che dire? È il girone che meritiamo! Gli Azzurri hanno l’ ìmperativo di vincere le partite alla portata ossia quelle contro Canada e Namibia e poi, beh fare il massimo necessario per mettere almeno in difficoltà due totem del rugby mondiale come Sudafrica e Nuova Zelanda. Forse aveva ragione Gianni Brera quando affermava che in Italia “non siamo fatti per il rugby”. E’ uno sport dove serve sacrificio e applicazione sono determinanti, dove casualità e furbizia non sono variabili contemplabili.

 

  • Cosa rende il rugby così speciale?

Se dovessi raccontare il rugby nella sua essenza citerei due punti del regolamento ossia la “regola dei 10 metri” e quella del “passaggio all’indietro”: la prima disciplina il rapporto con il direttore di gara, obbliga i giocatori ad avere rispetto a prescindere da quelle che sono le loro ragioni. In uno sport dove i centimetri sono così importanti, retrocedere di 10 metri è fondamentale, insomma se ogni giocatore venisse sanzionato i metri da fare sarebbero 150. Ecco, questo è il prezzo del rispetto. Questa regola credo ponga le basi di un nuovo rapporto con l’arbitro che spesso dialoga con i giocatori, spiega loro come agire, come evitare di essere sanzionati. Insomma gli tranquillizza, diventa una figura autorevole e non solo autoritaria. Nel rugby non ci sono “scorciatoie tattiche” tutto passa dal rispetto reciproco e dall’appoggio con i compagni.